Ora che è stato ufficialmente dato avvio alla cosiddetta “Fase 2” e che l’emergenza sembra essere sotto controllo, emergono problemi più propriamente di vita quotidiana, la cui risoluzione spesso presenta delle problematiche interpretative. Uno di questi è rappresentato dal pagamento della retta degli istituti privati, siano essi scuole dell’infanzia, scuole primarie o secondarie di primo e secondo grado.

La maggior parte ha sospeso i propri servizi in classe dal 23 febbraio, ed è stato stabilito che l’anno scolastico riprenderà negli istituti da settembre. Si pone perciò la questione del pagamento della retta degli istituti privati dovuta per la seconda parte dell’anno, tra chi chiede la restituzione della quota già versata e chi invece ritiene essa venga comunque dovuta in ragione dell’attività didattica sostitutiva online. Alcune scuole hanno deciso per una riduzione dell’importo, altre invece hanno mantenuto la retta inalterata. In assenza di chiare disposizioni governative, gli orientamenti sono i più diversi. “Le scuole dell’Associazione Gestori Istituti Dipendenti dall’Autorità Ecclesiastica (Agidae) e Fidae vigilano e sono costantemente impegnate a garantire una differita didattica on line e gli insegnanti sono concentrati a portare a termine l’anno scolastico secondo le direttive del Miur per far conseguire agli alunni e studenti i regolari titoli scolastici” dicono Francesco Ciccimarra e Virginia Kaladich, presidenti di Agidae e Fidae, “le rette scolastiche devono essere pagate in quanto annuali e permettono la valutazione degli apprendimenti conseguiti considerato che l’attività didattica si progetta, opera e cresce anche in questo difficile periodo”. Per quanto riguarda i possibili sconti applicabili dagli istituti, essi ritengono che “la gestione e la decisione dell’emergenza grava sulla responsabilità dell’ente gestore che deve valutare responsabilmente l’impatto degli sconti di retta sugli equilibri complessivi della gestione scolastica”.

L’attività didattica sostitutiva non è prevista per i bambini dell’asilo nido e delle scuole d’infanzia, e per questo motivo l’associazione scuole cattoliche, cui fa capo la maggior parte degli istituti privati italiani, ritiene che i pagamenti delle relative rette vadano sospesi.

Dal punto di vista giuridico viene in gioco l’art. 1463 c.c. sull’impossibilità totale, il quale recita “Nei contratti con prestazioni corrispettive, la parte liberata per la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta non può chiedere la controprestazione, e deve restituire quella che abbia già ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione dell’indebito”. In questo caso, quindi, gli istituti sarebbero tenuti a interrompere la richiesta di pagamento ed a restituire quanto eventualmente ricevuto, per non versare in ipotesi di arricchimento indebito. Un’eccezione sarebbe costituita da una eventuale clausola presente nel contratto firmato al momento dell’iscrizione a scuola che preveda il pagamento anche nel caso di eventi straordinari che impongano la chiusura dell’istituto.

Dalla parte dell’interruzione/restituzione del pagamento si pone anche il fatto che la retta non comprenda solamente l’attività didattica, ma anche spese ulteriori quali il servizio mensa, le utenze e la vigilanza nei confronti degli alunni. Tutti questi costi sono necessariamente stati se non abbattuti, quantomeno ridimensionati, e non giustificherebbero l’integrale versamento della retta. Alcuni studi legali hanno inoltre messo a disposizione dei propri clienti un modello di richiesta di sospensione del pagamento rate da inviare tramite pec o raccomandata a/r.

Tornando all’aspetto giuridico della questione, sembra che l’impossibilità cui si è sopra accennato sia solamente “temporanea”, in quanto lo stato di emergenza potrà dichiararsi terminato nel medio periodo. Il contratto stipulato tra l’istituto ed il privato, dunque, potrebbe ritenersi solo sospeso, e non terminato (con esonero di entrambe le parti dall’adempimento delle rispettive prestazioni fino a quando resterà in vigore la chiusura degli istituti).

Tale impossibilità, poi, è davvero reale o può essere superata dallo svolgimento delle lezioni on-line?

La giurisprudenza ha talvolta affermato che «l’impossibilità della prestazione deve consistere, ai fini dell’esonero da responsabilità del debitore, non in una mera difficoltà, ma in un impedimento obiettivo ed assoluto che non possa essere rimosso» (Cass. Civ. sez II. n. 25777/2013).  E parte della dottrina ha statuito che se il superamento dell’ostacolo richiede uno sforzo diligente che va oltre a quello a cui egli è tenuto, o se l’adempimento comporta un sacrificio maggiore di quello che può essergli richiesto in conformità alla buona fede, l’obbligazione è estinta. In questo senso, si potrebbe ammettere che lo sforzo compiuto dall’istituto per seguire gli studenti con un modello diverso di didattica, richiedendo ai professori la correzione dei compiti e gestendo gli innumerevoli costi operativi, configuri un impegno maggiore di quello cui è tenuto.

Un’interpretazione diversa potrebbe derivare dall’osservazione nella natura del contratto: al momento dell’iscrizione, il genitore si aspetta che lo svolgimento delle lezioni avvenga in classe, con un rapporto diretto tra docente ed alunno. In questo caso la prestazione sarebbe da ritenersi impossibile ai sensi dell’art. 1463 c.c. A questo punto potrebbe configurarsi una rimodulazione dell’accordo contratto, e di conseguenza del corrispettivo. Come sopra riportato, però, è necessario verificare che tali clausole non fossero già presenti nel contratto iniziale in ipotesi di interruzione della didattica.